mercoledì 15 febbraio 2012

UNO BIANCA DI ANTONELLA BECCARIA.


Ho sentito urlare e sono corsa sulla strada. Un carabiniere era per terra, con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto [...]. Mamma, ha detto quando l’ho girato. E basta. Aveva la faccia di un bambino e gli occhi spalancati. Dopo la respirazione artificiale si è un poco ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete della ferrovia, in ginocchio, la testa sul sedile. Non ha detto nulla. Insieme a mio marito e a un’altra persona l’ho girato e per un momento mi è sembrato che respirasse. L’ho guardato in faccia, una bella faccia pallida. Era come tenere in braccio un bambino smarrito. Mi sono sentita una nullità: morivano due ragazzi e io non potevo farci nulla. Poi, un minuto e un secolo dopo, è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale e come stonata: per quei due poveri ragazzi c’era ormai solo da piangere.


I due militari di cui parla la donna di questa testimonianza si chiamano Umberto Erriu e Cataldo Stasi e sono giovanissimi, anche loro hanno superato i vent’anni da poco. Muoiono la sera del 20 aprile 1988 alla Coop di Castel Maggiore, un altro paese dell’hinterland bolognese. Ricostruire ciò che accade è difficile: una volta arrestati, i Savi parlano, ritrattano e poi modificano la loro versione ancora. Ci vorrà molto tempo. Ma nella sostanza la gazzella dei carabinieri arriva al supermercato già chiuso e vede due uomini dentro un’auto. Non hanno però nemmeno il tempo di prendere in mano la pistola. A una richiesta di identificazione, i Savi sparano e li uccidono.


Due giorni dopo viene ritrovata l’auto dell’agguato. A bordo c’è con un proiettile inesploso 38 special e un’impronta digitale sul cruscotto (sarà molto dopo attribuita a Fabio Savi). E a questo punto inizia una serie di depistaggi che portano ad alcuni avvisi di garanzia. Fra i destinatari, c’è una famiglia di incensurati che vive al Pilastro, un quartiere difficile alla periferia nord della città: nella loro cascina di Galliera, un piccolo centro della cintura, vengono ritrovate una raffineria di droga, sostanze stupefacenti, una rubrica con numeri di telefono di pregiudicati e proiettili 38 special, simili a quelli utilizzati contro i carabinieri.

Più tardi, in un’altra perquisizione sull’auto dell’agguato, che ormai era stata recuperata e posta sotto sequestro, salta fuori un bossolo. Ma tutto sembra troppo facile, troppo studiato. E così è. Scattano quindi le manette ai polsi di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, che viene accusato – e per questo sarà condannato – di essere l’autore della messinscena. A giustificazione del suo operato, Macauda dà varie versioni. In un primo momento afferma di aver avuto l’intenzione di mettersi in mostra con i superiori, poi di aver voluto intascare la taglia da destinare a chi avesse fornito informazioni utili sugli assassini dei carabinieri Erriu e Stasi assassinati a Castemaggiore. Infine di essere sotto ricatto da parte di malavitosi per via di alcune foto compromettenti. Ma queste varie versioni non chiariscono i motivi del comportamento di Macauda. Che a oggi rimane un depistatore “esterno” delle indagini sulla Uno bianca.

Oltre ai depistaggi esterni come nel caso Macauda, ci sono anche quelli “interni”, messi in atto dalla banda stessa. Succede per esempio quando Roberto Savi porta in questura un fucile, un AR70. È la versione civile di un’arma da guerra, che ne differisce solo perché non spara a raffica (ma, come i fatti poi dimostreranno, basta una piccola modifica perché i colpi partano a ripetizione). Ed è una delle armi caratteristiche della Uno bianca, posseduta in Emilia Romagna da poche decine di persone. Prima che partano i controlli, Savi passa all’azione: acquista un altro AR70, distrugge quello “sporco” e lo consegna ai suoi colleghi perché lo studino. Quando, al termine della giornata, gli viene restituito, sarà anche ringraziato.


Insomma, le indagini non stanno portando a grandi risultati e intanto, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, a Bologna il clima è cambiato. Dopo i benzinai, i casellanti, i supermercati, le guardie giurate e i carabinieri, c’è un ulteriore elemento che si aggiunge al quadro: la xenofobia. E qui tanti sono gli agguati: il 2 gennaio 1990, c’è l’attacco agli extracomunitari in zona fiera, dove si registra 1 ferito; il 10 dicembre successivo avviene l’assalto al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto, con 9 feriti; il 22 dicembre si spara contro ai lavavetri, 2 feriti; il giorno dopo viene preso di mira il campo nomadi di via Gobetti, dove si registrano due morti, Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina, e due feriti. È evidente che queste non sono rapine. E poi ancora il 18 agosto 1991, a San Mauro Mare, qualcuno apre il fuoco su un’utilitaria su cui ci sono tre cittadini senegalesi e due, Babon Cheka e Malik Ndiay, vengono assassinati. Tutta questa violenza è inspiegabile, non ascrivibile ai motivi pecuniari, e un solco nel tessuto emiliano lo lascia.


Dal 1990 al 1994, quando li hanno presi, le garantisco che c’era il terrore. Parlandone, sentivo dire “oddio, non mi azzardo ad andar fuori la sera”, ed era così. C’era stata poi una diatriba tra il sindaco di allora, Renzo Imbeni, e il prefetto, Giacomo Rossano. Quest’ultimo diceva che il Comune ospitava rom e nomadi aprendo così la città a persone di dubbia provenienza. Invece dopo, quando si è saputo che era una banda composta quasi tutti di poliziotti, Imbeni fece notare che gli immigrati non c’entravano con quello che accadeva in quegli anni. E io ero in mezzo perché il 6 ottobre 1990 uccisero mio marito, Primo, e uno mi tirava da una parte e uno dall’altra.

Il quadro è disorientante, come si evince dalle parole di Rosanna Zecchi, la presidentessa dell’associazione delle vittime. Mentre si spara sugli immigrati e sui rom, non si risparmiano nemmeno altri obiettivi, che invece qualche soldo dovrebbero darlo. Ma non sempre accade. Il 27 dicembre 1990, per esempio, nel corso della rapina a un benzinaio di Castel Maggiore, la banda uccide il proprietario della pompa di benzina, un cliente e ferisce una terza persona. Poco dopo i banditi si dirigono a Trebbo di Reno per cambiare automobile. In quel momento Paride Pedini esce dalla propria abitazione, vede la Uno bianca lasciata aperta e incustodita, si avvicina e viene ucciso dai Savi che stanno fuggendo. Così, per strada, senza motivo, al termine di una giornata che avrà come bilancio 3 morti e un ferito per un milione di lire.

Senza motivo, si diceva poco sopra, il 6 ottobre 1990 viene ucciso anche Primo Zecchi, il marito della futura presidentessa dell’associazione. Sta attendendo che la moglie e la figlia Stefania tornino da una gita aziendale e assiste a un tentativo di rapina con tanto di inseguimento e spari. Ma prima di scappare, di mettersi in salvo, urla a una signora affacciata a un balcone di chiamare il 113 e poi fa per segnarsi il numero di targa dell’auto dei banditi. La targa di un’auto rubata. Un’auto che non avrebbe consentito la loro identificazione. Eppure quelli, già a bordo della vettura con cui erano arrivati, lo vedono e Fabio Savi prende la pistola di suo fratello appoggiata sul cruscotto, scende e spara alla testa di Zecchi. Dopodiché allunga una mano e porta via il foglietto su cui l’uomo aveva trascritto i numeri.

Violenza inutile e immotivata anche contro Adolfino Alessandri, ucciso il 26 giugno 1989 al termine della rapina alla Coop di Via Gorki, a Bologna: mentre i banditi sono in fuga, incrociano il pensionato che non ci mette niente a fare due più due e a capire cosa sta succedendo. Così li apostrofa in dialetto – “cosa fate, deliquenti?” – e Fabio Savi si ferma e lo fredda con un colpo alla testa. Perché tutto questo? Prova ancora a rispondere Alberto Capolungo.

Si dovrebbe presumere la razionalità e invece ci sono dei momenti in cui, in questa vicenda, non c’è una spiegazione razionale. Noi possiamo ricostruire i fatti, ma non possiamo mai capire perché sono avvenuti in quella determinata maniera. Parliamo dei testimoni. Qualcuno di coloro che li hanno incontrati si è salvato. Qualcun altro, per meno, è stato ammazzato. Allora, se un testimone come Primo Zecchi annota una targa falsa, cosa te ne frega? Però lo ammazzano. Se uno li redarguisce per strada, come Adolfino Alessandri, cosa te ne frega? Stai a perderci tempo? Gli potresti al più dare una spallata, lo butti via. Altre volte invece la gente che li ha incontrati se l’è cavata.

Sono tante le occasioni – tra cui una delle ultime e tra le più orribili, la vicenda di Massimiliano Valenti – in cui si scatena una specie di delirio di violenza. Parlando dei rom, invece di andare a esercitarsi al tiro in campagna, li hanno usato bersagli umani. E, di nuovo, assumersi dei rischi per cosa? Non lo so. Lo stesso Pilastro – tre carabinieri uccisi mentre se ne stanno andando innocui – per quante spiegazioni ci possano fornire non ha logica. Per cui c’è questo aspetto. Se uno dice “io sono razionale, loro sono dei deliquenti pazzoidi”, allora si deve rinunciare a capire e a spiegare determinati fatti. Ma uno non ha altro che la propria razionalità: mettere insieme i fatti, fare deduzioni, cercare di dare spiegazione a qualcosa che ti capita, ti cambia la vita e tu non sai perché è successo. Non c’è niente da fare, per quanto uno si sforzi, una ragione che ti spieghi esattamente perché quel giorno le cose sono andate in quella maniera non c’è, non la si comprende.


La sera del 4 gennaio 1991, alla periferia di Bologna, c’è una nebbia fittissima ed è proprio dietro questa cortina che si consuma un’altra delle sanguinose azioni della banda: l’eccidio dei carabinieri al Pilastro. È forse il più noto dei delitti della uno bianca ed è un’esecuzione. Tre giovani carabinieri – Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta – viaggiano a velocità ridotta sull’auto di servizio quando vengono superati da una vettura che li affianca. Da qui qualcuno inizia a sparare e i carabinieri tentano una fuga: il conducente, per quanto già ferito in modo grave, preme sull’acceleratore e tenta di allontanarsi. Ma il veicolo militare sbanda e si ferma contro alcuni cassonetti. Dalla Uno bianca scendono tre persone che sparano ininterrottamente e i carabinieri tentano di rispondere al fuoco, però cadono sotto i colpi. Allora gli assassini si assicurano che siano tutti morti, si allungano dentro l’auto dei limitari e prima di andarsene prelevano l’ordine di servizio.


In quest’azione Roberto Savi viene ferito a sua volta, all’addome, e lascia tracce di sangue sulla Uno bianca. Che viene bruciata. Immediatamente partono le indagini, ma le testimonianze sull’accaduto non sono omogenee. Si seguono varie piste, spesso non compatibili tra loro: c’è chi parla di una guerra tra bande di slavi, chi – sbagliando di poco – suggerisce ex appartenenti dalle forze dell’ordine e tira in ballo un ex carabiniere, Damiano Bechis che, lasciata la divisa, si è dato alle rapine e che viene ucciso nel 1992 durante uno scontro a fuoco con la polizia. Infine c’è chi indica la strada della criminalità organizzata. E sarà questa a prevalere: finiscono i galera i fratelli William e Peter Santagata, del Pilastro, e i loro presunti complici, Massimiliano Motta e Marco Medda. Sarebbero loro, secondo le indagini, gli assassini dei tre carabinieri.
A questo punto sono già entrati in scena anche i supertestimoni che puntano il dito in direzione opposta rispetto alla verità. Oltre ai Santagata – ritenuti affiliati a una nuova organizzazione criminale, la quinta mafia, che successivamente sarà ritenuta prima di fondamento – si parla di clan dei catanesi per altri omicidi. Ma con i carabinieri i Savi non hanno chiuso al Pilastro. Il 30 aprile 1991, alla periferia di Rimini, c’è un nuovo attacco contro militari dell’Arma: bersaglio sono tre carabinieri che, la sera, stanno facendo un normale giro di controllo e stavolta non finisce in un massacro perché l’autista, nonostante una gomma a terra, tiene l’auto in carreggiata e riesce a prendere velocità.


i
iHo sentito urlare e sono corsa sulla strada. Un carabiniere era per terra, con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto [...]. Mamma, ha detto quando l’ho girato. E basta. Aveva la faccia di un bambino e gli occhi spalancati. Dopo la respirazione artificiale si è un poco ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete della ferrovia, in ginocchio, la testa sul sedile. Non ha detto nulla. Insieme a mio marito e a un’altra persona l’ho girato e per un momento mi è sembrato che respirasse. L’ho guardato in faccia, una bella faccia pallida. Era come tenere in braccio un bambino smarrito. Mi sono sentita una nullità: morivano due ragazzi e io non potevo farci nulla. Poi, un minuto e un secolo dopo, è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale e come stonata: per quei due poveri ragazzi c’era ormai solo da piangere.


I due militari di cui parla la donna di questa testimonianza si chiamano Umberto Erriu e Cataldo Stasi e sono giovanissimi, anche loro hanno superato i vent’anni da poco. Muoiono la sera del 20 aprile 1988 alla Coop di Castel Maggiore, un altro paese dell’hinterland bolognese. Ricostruire ciò che accade è difficile: una volta arrestati, i Savi parlano, ritrattano e poi modificano la loro versione ancora. Ci vorrà molto tempo. Ma nella sostanza la gazzella dei carabinieri arriva al supermercato già chiuso e vede due uomini dentro un’auto. Non hanno però nemmeno il tempo di prendere in mano la pistola. A una richiesta di identificazione, i Savi sparano e li uccidono.


Due giorni dopo viene ritrovata l’auto dell’agguato. A bordo c’è con un proiettile inesploso 38 special e un’impronta digitale sul cruscotto (sarà molto dopo attribuita a Fabio Savi). E a questo punto inizia una serie di depistaggi che portano ad alcuni avvisi di garanzia. Fra i destinatari, c’è una famiglia di incensurati che vive al Pilastro, un quartiere difficile alla periferia nord della città: nella loro cascina di Galliera, un piccolo centro della cintura, vengono ritrovate una raffineria di droga, sostanze stupefacenti, una rubrica con numeri di telefono di pregiudicati e proiettili 38 special, simili a quelli utilizzati contro i carabinieri.

Più tardi, in un’altra perquisizione sull’auto dell’agguato, che ormai era stata recuperata e posta sotto sequestro, salta fuori un bossolo. Ma tutto sembra troppo facile, troppo studiato. E così è. Scattano quindi le manette ai polsi di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, che viene accusato – e per questo sarà condannato – di essere l’autore della messinscena. A giustificazione del suo operato, Macauda dà varie versioni. In un primo momento afferma di aver avuto l’intenzione di mettersi in mostra con i superiori, poi di aver voluto intascare la taglia da destinare a chi avesse fornito informazioni utili sugli assassini dei carabinieri Erriu e Stasi assassinati a Castemaggiore. Infine di essere sotto ricatto da parte di malavitosi per via di alcune foto compromettenti. Ma queste varie versioni non chiariscono i motivi del comportamento di Macauda. Che a oggi rimane un depistatore “esterno” delle indagini sulla Uno bianca.

Oltre ai depistaggi esterni come nel caso Macauda, ci sono anche quelli “interni”, messi in atto dalla banda stessa. Succede per esempio quando Roberto Savi porta in questura un fucile, un AR70. È la versione civile di un’arma da guerra, che ne differisce solo perché non spara a raffica (ma, come i fatti poi dimostreranno, basta una piccola modifica perché i colpi partano a ripetizione). Ed è una delle armi caratteristiche della Uno bianca, posseduta in Emilia Romagna da poche decine di persone. Prima che partano i controlli, Savi passa all’azione: acquista un altro AR70, distrugge quello “sporco” e lo consegna ai suoi colleghi perché lo studino. Quando, al termine della giornata, gli viene restituito, sarà anche ringraziato.


Insomma, le indagini non stanno portando a grandi risultati e intanto, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, a Bologna il clima è cambiato. Dopo i benzinai, i casellanti, i supermercati, le guardie giurate e i carabinieri, c’è un ulteriore elemento che si aggiunge al quadro: la xenofobia. E qui tanti sono gli agguati: il 2 gennaio 1990, c’è l’attacco agli extracomunitari in zona fiera, dove si registra 1 ferito; il 10 dicembre successivo avviene l’assalto al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto, con 9 feriti; il 22 dicembre si spara contro ai lavavetri, 2 feriti; il giorno dopo viene preso di mira il campo nomadi di via Gobetti, dove si registrano due morti, Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina, e due feriti. È evidente che queste non sono rapine. E poi ancora il 18 agosto 1991, a San Mauro Mare, qualcuno apre il fuoco su un’utilitaria su cui ci sono tre cittadini senegalesi e due, Babon Cheka e Malik Ndiay, vengono assassinati. Tutta questa violenza è inspiegabile, non ascrivibile ai motivi pecuniari, e un solco nel tessuto emiliano lo lascia.


Dal 1990 al 1994, quando li hanno presi, le garantisco che c’era il terrore. Parlandone, sentivo dire “oddio, non mi azzardo ad andar fuori la sera”, ed era così. C’era stata poi una diatriba tra il sindaco di allora, Renzo Imbeni, e il prefetto, Giacomo Rossano. Quest’ultimo diceva che il Comune ospitava rom e nomadi aprendo così la città a persone di dubbia provenienza. Invece dopo, quando si è saputo che era una banda composta quasi tutti di poliziotti, Imbeni fece notare che gli immigrati non c’entravano con quello che accadeva in quegli anni. E io ero in mezzo perché il 6 ottobre 1990 uccisero mio marito, Primo, e uno mi tirava da una parte e uno dall’altra.

Il quadro è disorientante, come si evince dalle parole di Rosanna Zecchi, la presidentessa dell’associazione delle vittime. Mentre si spara sugli immigrati e sui rom, non si risparmiano nemmeno altri obiettivi, che invece qualche soldo dovrebbero darlo. Ma non sempre accade. Il 27 dicembre 1990, per esempio, nel corso della rapina a un benzinaio di Castel Maggiore, la banda uccide il proprietario della pompa di benzina, un cliente e ferisce una terza persona. Poco dopo i banditi si dirigono a Trebbo di Reno per cambiare automobile. In quel momento Paride Pedini esce dalla propria abitazione, vede la Uno bianca lasciata aperta e incustodita, si avvicina e viene ucciso dai Savi che stanno fuggendo. Così, per strada, senza motivo, al termine di una giornata che avrà come bilancio 3 morti e un ferito per un milione di lire.

Senza motivo, si diceva poco sopra, il 6 ottobre 1990 viene ucciso anche Primo Zecchi, il marito della futura presidentessa dell’associazione. Sta attendendo che la moglie e la figlia Stefania tornino da una gita aziendale e assiste a un tentativo di rapina con tanto di inseguimento e spari. Ma prima di scappare, di mettersi in salvo, urla a una signora affacciata a un balcone di chiamare il 113 e poi fa per segnarsi il numero di targa dell’auto dei banditi. La targa di un’auto rubata. Un’auto che non avrebbe consentito la loro identificazione. Eppure quelli, già a bordo della vettura con cui erano arrivati, lo vedono e Fabio Savi prende la pistola di suo fratello appoggiata sul cruscotto, scende e spara alla testa di Zecchi. Dopodiché allunga una mano e porta via il foglietto su cui l’uomo aveva trascritto i numeri.

Violenza inutile e immotivata anche contro Adolfino Alessandri, ucciso il 26 giugno 1989 al termine della rapina alla Coop di Via Gorki, a Bologna: mentre i banditi sono in fuga, incrociano il pensionato che non ci mette niente a fare due più due e a capire cosa sta succedendo. Così li apostrofa in dialetto – “cosa fate, deliquenti?” – e Fabio Savi si ferma e lo fredda con un colpo alla testa. Perché tutto questo? Prova ancora a rispondere Alberto Capolungo.

Si dovrebbe presumere la razionalità e invece ci sono dei momenti in cui, in questa vicenda, non c’è una spiegazione razionale. Noi possiamo ricostruire i fatti, ma non possiamo mai capire perché sono avvenuti in quella determinata maniera. Parliamo dei testimoni. Qualcuno di coloro che li hanno incontrati si è salvato. Qualcun altro, per meno, è stato ammazzato. Allora, se un testimone come Primo Zecchi annota una targa falsa, cosa te ne frega? Però lo ammazzano. Se uno li redarguisce per strada, come Adolfino Alessandri, cosa te ne frega? Stai a perderci tempo? Gli potresti al più dare una spallata, lo butti via. Altre volte invece la gente che li ha incontrati se l’è cavata.

Sono tante le occasioni – tra cui una delle ultime e tra le più orribili, la vicenda di Massimiliano Valenti – in cui si scatena una specie di delirio di violenza. Parlando dei rom, invece di andare a esercitarsi al tiro in campagna, li hanno usato bersagli umani. E, di nuovo, assumersi dei rischi per cosa? Non lo so. Lo stesso Pilastro – tre carabinieri uccisi mentre se ne stanno andando innocui – per quante spiegazioni ci possano fornire non ha logica. Per cui c’è questo aspetto. Se uno dice “io sono razionale, loro sono dei deliquenti pazzoidi”, allora si deve rinunciare a capire e a spiegare determinati fatti. Ma uno non ha altro che la propria razionalità: mettere insieme i fatti, fare deduzioni, cercare di dare spiegazione a qualcosa che ti capita, ti cambia la vita e tu non sai perché è successo. Non c’è niente da fare, per quanto uno si sforzi, una ragione che ti spieghi esattamente perché quel giorno le cose sono andate in quella maniera non c’è, non la si comprende.


La sera del 4 gennaio 1991, alla periferia di Bologna, c’è una nebbia fittissima ed è proprio dietro questa cortina che si consuma un’altra delle sanguinose azioni della banda: l’eccidio dei carabinieri al Pilastro. È forse il più noto dei delitti della uno bianca ed è un’esecuzione. Tre giovani carabinieri – Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta – viaggiano a velocità ridotta sull’auto di servizio quando vengono superati da una vettura che li affianca. Da qui qualcuno inizia a sparare e i carabinieri tentano una fuga: il conducente, per quanto già ferito in modo grave, preme sull’acceleratore e tenta di allontanarsi. Ma il veicolo militare sbanda e si ferma contro alcuni cassonetti. Dalla Uno bianca scendono tre persone che sparano ininterrottamente e i carabinieri tentano di rispondere al fuoco, però cadono sotto i colpi. Allora gli assassini si assicurano che siano tutti morti, si allungano dentro l’auto dei limitari e prima di andarsene prelevano l’ordine di servizio.


In quest’azione Roberto Savi viene ferito a sua volta, all’addome, e lascia tracce di sangue sulla Uno bianca. Che viene bruciata. Immediatamente partono le indagini, ma le testimonianze sull’accaduto non sono omogenee. Si seguono varie piste, spesso non compatibili tra loro: c’è chi parla di una guerra tra bande di slavi, chi – sbagliando di poco – suggerisce ex appartenenti dalle forze dell’ordine e tira in ballo un ex carabiniere, Damiano Bechis che, lasciata la divisa, si è dato alle rapine e che viene ucciso nel 1992 durante uno scontro a fuoco con la polizia. Infine c’è chi indica la strada della criminalità organizzata. E sarà questa a prevalere: finiscono i galera i fratelli William e Peter Santagata, del Pilastro, e i loro presunti complici, Massimiliano Motta e Marco Medda. Sarebbero loro, secondo le indagini, gli assassini dei tre carabinieri.
A questo punto sono già entrati in scena anche i supertestimoni che puntano il dito in direzione opposta rispetto alla verità. Oltre ai Santagata – ritenuti affiliati a una nuova organizzazione criminale, la quinta mafia, che successivamente sarà ritenuta prima di fondamento – si parla di clan dei catanesi per altri omicidi. Ma con i carabinieri i Savi non hanno chiuso al Pilastro. Il 30 aprile 1991, alla periferia di Rimini, c’è un nuovo attacco contro militari dell’Arma: bersaglio sono tre carabinieri che, la sera, stanno facendo un normale giro di controllo e stavolta non finisce in un massacro perché l’autista, nonostante una gomma a terra, tiene l’auto in carreggiata e riesce a prendere velocità.


iHo sentito urlare e sono corsa sulla strada. Un carabiniere era per terra, con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto [...]. Mamma, ha detto quando l’ho girato. E basta. Aveva la faccia di un bambino e gli occhi spalancati. Dopo la respirazione artificiale si è un poco ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete della ferrovia, in ginocchio, la testa sul sedile. Non ha detto nulla. Insieme a mio marito e a un’altra persona l’ho girato e per un momento mi è sembrato che respirasse. L’ho guardato in faccia, una bella faccia pallida. Era come tenere in braccio un bambino smarrito. Mi sono sentita una nullità: morivano due ragazzi e io non potevo farci nulla. Poi, un minuto e un secolo dopo, è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale e come stonata: per quei due poveri ragazzi c’era ormai solo da piangere.


I due militari di cui parla la donna di questa testimonianza si chiamano Umberto Erriu e Cataldo Stasi e sono giovanissimi, anche loro hanno superato i vent’anni da poco. Muoiono la sera del 20 aprile 1988 alla Coop di Castel Maggiore, un altro paese dell’hinterland bolognese. Ricostruire ciò che accade è difficile: una volta arrestati, i Savi parlano, ritrattano e poi modificano la loro versione ancora. Ci vorrà molto tempo. Ma nella sostanza la gazzella dei carabinieri arriva al supermercato già chiuso e vede due uomini dentro un’auto. Non hanno però nemmeno il tempo di prendere in mano la pistola. A una richiesta di identificazione, i Savi sparano e li uccidono.


Due giorni dopo viene ritrovata l’auto dell’agguato. A bordo c’è con un proiettile inesploso 38 special e un’impronta digitale sul cruscotto (sarà molto dopo attribuita a Fabio Savi). E a questo punto inizia una serie di depistaggi che portano ad alcuni avvisi di garanzia. Fra i destinatari, c’è una famiglia di incensurati che vive al Pilastro, un quartiere difficile alla periferia nord della città: nella loro cascina di Galliera, un piccolo centro della cintura, vengono ritrovate una raffineria di droga, sostanze stupefacenti, una rubrica con numeri di telefono di pregiudicati e proiettili 38 special, simili a quelli utilizzati contro i carabinieri.

Più tardi, in un’altra perquisizione sull’auto dell’agguato, che ormai era stata recuperata e posta sotto sequestro, salta fuori un bossolo. Ma tutto sembra troppo facile, troppo studiato. E così è. Scattano quindi le manette ai polsi di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, che viene accusato – e per questo sarà condannato – di essere l’autore della messinscena. A giustificazione del suo operato, Macauda dà varie versioni. In un primo momento afferma di aver avuto l’intenzione di mettersi in mostra con i superiori, poi di aver voluto intascare la taglia da destinare a chi avesse fornito informazioni utili sugli assassini dei carabinieri Erriu e Stasi assassinati a Castemaggiore. Infine di essere sotto ricatto da parte di malavitosi per via di alcune foto compromettenti. Ma queste varie versioni non chiariscono i motivi del comportamento di Macauda. Che a oggi rimane un depistatore “esterno” delle indagini sulla Uno bianca.

Oltre ai depistaggi esterni come nel caso Macauda, ci sono anche quelli “interni”, messi in atto dalla banda stessa. Succede per esempio quando Roberto Savi porta in questura un fucile, un AR70. È la versione civile di un’arma da guerra, che ne differisce solo perché non spara a raffica (ma, come i fatti poi dimostreranno, basta una piccola modifica perché i colpi partano a ripetizione). Ed è una delle armi caratteristiche della Uno bianca, posseduta in Emilia Romagna da poche decine di persone. Prima che partano i controlli, Savi passa all’azione: acquista un altro AR70, distrugge quello “sporco” e lo consegna ai suoi colleghi perché lo studino. Quando, al termine della giornata, gli viene restituito, sarà anche ringraziato.


Insomma, le indagini non stanno portando a grandi risultati e intanto, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, a Bologna il clima è cambiato. Dopo i benzinai, i casellanti, i supermercati, le guardie giurate e i carabinieri, c’è un ulteriore elemento che si aggiunge al quadro: la xenofobia. E qui tanti sono gli agguati: il 2 gennaio 1990, c’è l’attacco agli extracomunitari in zona fiera, dove si registra 1 ferito; il 10 dicembre successivo avviene l’assalto al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto, con 9 feriti; il 22 dicembre si spara contro ai lavavetri, 2 feriti; il giorno dopo viene preso di mira il campo nomadi di via Gobetti, dove si registrano due morti, Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina, e due feriti. È evidente che queste non sono rapine. E poi ancora il 18 agosto 1991, a San Mauro Mare, qualcuno apre il fuoco su un’utilitaria su cui ci sono tre cittadini senegalesi e due, Babon Cheka e Malik Ndiay, vengono assassinati. Tutta questa violenza è inspiegabile, non ascrivibile ai motivi pecuniari, e un solco nel tessuto emiliano lo lascia.


Dal 1990 al 1994, quando li hanno presi, le garantisco che c’era il terrore. Parlandone, sentivo dire “oddio, non mi azzardo ad andar fuori la sera”, ed era così. C’era stata poi una diatriba tra il sindaco di allora, Renzo Imbeni, e il prefetto, Giacomo Rossano. Quest’ultimo diceva che il Comune ospitava rom e nomadi aprendo così la città a persone di dubbia provenienza. Invece dopo, quando si è saputo che era una banda composta quasi tutti di poliziotti, Imbeni fece notare che gli immigrati non c’entravano con quello che accadeva in quegli anni. E io ero in mezzo perché il 6 ottobre 1990 uccisero mio marito, Primo, e uno mi tirava da una parte e uno dall’altra.

Il quadro è disorientante, come si evince dalle parole di Rosanna Zecchi, la presidentessa dell’associazione delle vittime. Mentre si spara sugli immigrati e sui rom, non si risparmiano nemmeno altri obiettivi, che invece qualche soldo dovrebbero darlo. Ma non sempre accade. Il 27 dicembre 1990, per esempio, nel corso della rapina a un benzinaio di Castel Maggiore, la banda uccide il proprietario della pompa di benzina, un cliente e ferisce una terza persona. Poco dopo i banditi si dirigono a Trebbo di Reno per cambiare automobile. In quel momento Paride Pedini esce dalla propria abitazione, vede la Uno bianca lasciata aperta e incustodita, si avvicina e viene ucciso dai Savi che stanno fuggendo. Così, per strada, senza motivo, al termine di una giornata che avrà come bilancio 3 morti e un ferito per un milione di lire.

Senza motivo, si diceva poco sopra, il 6 ottobre 1990 viene ucciso anche Primo Zecchi, il marito della futura presidentessa dell’associazione. Sta attendendo che la moglie e la figlia Stefania tornino da una gita aziendale e assiste a un tentativo di rapina con tanto di inseguimento e spari. Ma prima di scappare, di mettersi in salvo, urla a una signora affacciata a un balcone di chiamare il 113 e poi fa per segnarsi il numero di targa dell’auto dei banditi. La targa di un’auto rubata. Un’auto che non avrebbe consentito la loro identificazione. Eppure quelli, già a bordo della vettura con cui erano arrivati, lo vedono e Fabio Savi prende la pistola di suo fratello appoggiata sul cruscotto, scende e spara alla testa di Zecchi. Dopodiché allunga una mano e porta via il foglietto su cui l’uomo aveva trascritto i numeri.

Violenza inutile e immotivata anche contro Adolfino Alessandri, ucciso il 26 giugno 1989 al termine della rapina alla Coop di Via Gorki, a Bologna: mentre i banditi sono in fuga, incrociano il pensionato che non ci mette niente a fare due più due e a capire cosa sta succedendo. Così li apostrofa in dialetto – “cosa fate, deliquenti?” – e Fabio Savi si ferma e lo fredda con un colpo alla testa. Perché tutto questo? Prova ancora a rispondere Alberto Capolungo.

Si dovrebbe presumere la razionalità e invece ci sono dei momenti in cui, in questa vicenda, non c’è una spiegazione razionale. Noi possiamo ricostruire i fatti, ma non possiamo mai capire perché sono avvenuti in quella determinata maniera. Parliamo dei testimoni. Qualcuno di coloro che li hanno incontrati si è salvato. Qualcun altro, per meno, è stato ammazzato. Allora, se un testimone come Primo Zecchi annota una targa falsa, cosa te ne frega? Però lo ammazzano. Se uno li redarguisce per strada, come Adolfino Alessandri, cosa te ne frega? Stai a perderci tempo? Gli potresti al più dare una spallata, lo butti via. Altre volte invece la gente che li ha incontrati se l’è cavata.

Sono tante le occasioni – tra cui una delle ultime e tra le più orribili, la vicenda di Massimiliano Valenti – in cui si scatena una specie di delirio di violenza. Parlando dei rom, invece di andare a esercitarsi al tiro in campagna, li hanno usato bersagli umani. E, di nuovo, assumersi dei rischi per cosa? Non lo so. Lo stesso Pilastro – tre carabinieri uccisi mentre se ne stanno andando innocui – per quante spiegazioni ci possano fornire non ha logica. Per cui c’è questo aspetto. Se uno dice “io sono razionale, loro sono dei deliquenti pazzoidi”, allora si deve rinunciare a capire e a spiegare determinati fatti. Ma uno non ha altro che la propria razionalità: mettere insieme i fatti, fare deduzioni, cercare di dare spiegazione a qualcosa che ti capita, ti cambia la vita e tu non sai perché è successo. Non c’è niente da fare, per quanto uno si sforzi, una ragione che ti spieghi esattamente perché quel giorno le cose sono andate in quella maniera non c’è, non la si comprende.


La sera del 4 gennaio 1991, alla periferia di Bologna, c’è una nebbia fittissima ed è proprio dietro questa cortina che si consuma un’altra delle sanguinose azioni della banda: l’eccidio dei carabinieri al Pilastro. È forse il più noto dei delitti della uno bianca ed è un’esecuzione. Tre giovani carabinieri – Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta – viaggiano a velocità ridotta sull’auto di servizio quando vengono superati da una vettura che li affianca. Da qui qualcuno inizia a sparare e i carabinieri tentano una fuga: il conducente, per quanto già ferito in modo grave, preme sull’acceleratore e tenta di allontanarsi. Ma il veicolo militare sbanda e si ferma contro alcuni cassonetti. Dalla Uno bianca scendono tre persone che sparano ininterrottamente e i carabinieri tentano di rispondere al fuoco, però cadono sotto i colpi. Allora gli assassini si assicurano che siano tutti morti, si allungano dentro l’auto dei limitari e prima di andarsene prelevano l’ordine di servizio.


In quest’azione Roberto Savi viene ferito a sua volta, all’addome, e lascia tracce di sangue sulla Uno bianca. Che viene bruciata. Immediatamente partono le indagini, ma le testimonianze sull’accaduto non sono omogenee. Si seguono varie piste, spesso non compatibili tra loro: c’è chi parla di una guerra tra bande di slavi, chi – sbagliando di poco – suggerisce ex appartenenti dalle forze dell’ordine e tira in ballo un ex carabiniere, Damiano Bechis che, lasciata la divisa, si è dato alle rapine e che viene ucciso nel 1992 durante uno scontro a fuoco con la polizia. Infine c’è chi indica la strada della criminalità organizzata. E sarà questa a prevalere: finiscono i galera i fratelli William e Peter Santagata, del Pilastro, e i loro presunti complici, Massimiliano Motta e Marco Medda. Sarebbero loro, secondo le indagini, gli assassini dei tre carabinieri.
A questo punto sono già entrati in scena anche i supertestimoni che puntano il dito in direzione opposta rispetto alla verità. Oltre ai Santagata – ritenuti affiliati a una nuova organizzazione criminale, la quinta mafia, che successivamente sarà ritenuta prima di fondamento – si parla di clan dei catanesi per altri omicidi. Ma con i carabinieri i Savi non hanno chiuso al Pilastro. Il 30 aprile 1991, alla periferia di Rimini, c’è un nuovo attacco contro militari dell’Arma: bersaglio sono tre carabinieri che, la sera, stanno facendo un normale giro di controllo e stavolta non finisce in un massacro perché l’autista, nonostante una gomma a terra, tiene l’auto in carreggiata e riesce a prendere velocità.


iHo sentito urlare e sono corsa sulla strada. Un carabiniere era per terra, con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto [...]. Mamma, ha detto quando l’ho girato. E basta. Aveva la faccia di un bambino e gli occhi spalancati. Dopo la respirazione artificiale si è un poco ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete della ferrovia, in ginocchio, la testa sul sedile. Non ha detto nulla. Insieme a mio marito e a un’altra persona l’ho girato e per un momento mi è sembrato che respirasse. L’ho guardato in faccia, una bella faccia pallida. Era come tenere in braccio un bambino smarrito. Mi sono sentita una nullità: morivano due ragazzi e io non potevo farci nulla. Poi, un minuto e un secolo dopo, è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale e come stonata: per quei due poveri ragazzi c’era ormai solo da piangere.


I due militari di cui parla la donna di questa testimonianza si chiamano Umberto Erriu e Cataldo Stasi e sono giovanissimi, anche loro hanno superato i vent’anni da poco. Muoiono la sera del 20 aprile 1988 alla Coop di Castel Maggiore, un altro paese dell’hinterland bolognese. Ricostruire ciò che accade è difficile: una volta arrestati, i Savi parlano, ritrattano e poi modificano la loro versione ancora. Ci vorrà molto tempo. Ma nella sostanza la gazzella dei carabinieri arriva al supermercato già chiuso e vede due uomini dentro un’auto. Non hanno però nemmeno il tempo di prendere in mano la pistola. A una richiesta di identificazione, i Savi sparano e li uccidono.


Due giorni dopo viene ritrovata l’auto dell’agguato. A bordo c’è con un proiettile inesploso 38 special e un’impronta digitale sul cruscotto (sarà molto dopo attribuita a Fabio Savi). E a questo punto inizia una serie di depistaggi che portano ad alcuni avvisi di garanzia. Fra i destinatari, c’è una famiglia di incensurati che vive al Pilastro, un quartiere difficile alla periferia nord della città: nella loro cascina di Galliera, un piccolo centro della cintura, vengono ritrovate una raffineria di droga, sostanze stupefacenti, una rubrica con numeri di telefono di pregiudicati e proiettili 38 special, simili a quelli utilizzati contro i carabinieri.

Più tardi, in un’altra perquisizione sull’auto dell’agguato, che ormai era stata recuperata e posta sotto sequestro, salta fuori un bossolo. Ma tutto sembra troppo facile, troppo studiato. E così è. Scattano quindi le manette ai polsi di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, che viene accusato – e per questo sarà condannato – di essere l’autore della messinscena. A giustificazione del suo operato, Macauda dà varie versioni. In un primo momento afferma di aver avuto l’intenzione di mettersi in mostra con i superiori, poi di aver voluto intascare la taglia da destinare a chi avesse fornito informazioni utili sugli assassini dei carabinieri Erriu e Stasi assassinati a Castemaggiore. Infine di essere sotto ricatto da parte di malavitosi per via di alcune foto compromettenti. Ma queste varie versioni non chiariscono i motivi del comportamento di Macauda. Che a oggi rimane un depistatore “esterno” delle indagini sulla Uno bianca.

Oltre ai depistaggi esterni come nel caso Macauda, ci sono anche quelli “interni”, messi in atto dalla banda stessa. Succede per esempio quando Roberto Savi porta in questura un fucile, un AR70. È la versione civile di un’arma da guerra, che ne differisce solo perché non spara a raffica (ma, come i fatti poi dimostreranno, basta una piccola modifica perché i colpi partano a ripetizione). Ed è una delle armi caratteristiche della Uno bianca, posseduta in Emilia Romagna da poche decine di persone. Prima che partano i controlli, Savi passa all’azione: acquista un altro AR70, distrugge quello “sporco” e lo consegna ai suoi colleghi perché lo studino. Quando, al termine della giornata, gli viene restituito, sarà anche ringraziato.


Insomma, le indagini non stanno portando a grandi risultati e intanto, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, a Bologna il clima è cambiato. Dopo i benzinai, i casellanti, i supermercati, le guardie giurate e i carabinieri, c’è un ulteriore elemento che si aggiunge al quadro: la xenofobia. E qui tanti sono gli agguati: il 2 gennaio 1990, c’è l’attacco agli extracomunitari in zona fiera, dove si registra 1 ferito; il 10 dicembre successivo avviene l’assalto al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto, con 9 feriti; il 22 dicembre si spara contro ai lavavetri, 2 feriti; il giorno dopo viene preso di mira il campo nomadi di via Gobetti, dove si registrano due morti, Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina, e due feriti. È evidente che queste non sono rapine. E poi ancora il 18 agosto 1991, a San Mauro Mare, qualcuno apre il fuoco su un’utilitaria su cui ci sono tre cittadini senegalesi e due, Babon Cheka e Malik Ndiay, vengono assassinati. Tutta questa violenza è inspiegabile, non ascrivibile ai motivi pecuniari, e un solco nel tessuto emiliano lo lascia.


Dal 1990 al 1994, quando li hanno presi, le garantisco che c’era il terrore. Parlandone, sentivo dire “oddio, non mi azzardo ad andar fuori la sera”, ed era così. C’era stata poi una diatriba tra il sindaco di allora, Renzo Imbeni, e il prefetto, Giacomo Rossano. Quest’ultimo diceva che il Comune ospitava rom e nomadi aprendo così la città a persone di dubbia provenienza. Invece dopo, quando si è saputo che era una banda composta quasi tutti di poliziotti, Imbeni fece notare che gli immigrati non c’entravano con quello che accadeva in quegli anni. E io ero in mezzo perché il 6 ottobre 1990 uccisero mio marito, Primo, e uno mi tirava da una parte e uno dall’altra.

Il quadro è disorientante, come si evince dalle parole di Rosanna Zecchi, la presidentessa dell’associazione delle vittime. Mentre si spara sugli immigrati e sui rom, non si risparmiano nemmeno altri obiettivi, che invece qualche soldo dovrebbero darlo. Ma non sempre accade. Il 27 dicembre 1990, per esempio, nel corso della rapina a un benzinaio di Castel Maggiore, la banda uccide il proprietario della pompa di benzina, un cliente e ferisce una terza persona. Poco dopo i banditi si dirigono a Trebbo di Reno per cambiare automobile. In quel momento Paride Pedini esce dalla propria abitazione, vede la Uno bianca lasciata aperta e incustodita, si avvicina e viene ucciso dai Savi che stanno fuggendo. Così, per strada, senza motivo, al termine di una giornata che avrà come bilancio 3 morti e un ferito per un milione di lire.

Senza motivo, si diceva poco sopra, il 6 ottobre 1990 viene ucciso anche Primo Zecchi, il marito della futura presidentessa dell’associazione. Sta attendendo che la moglie e la figlia Stefania tornino da una gita aziendale e assiste a un tentativo di rapina con tanto di inseguimento e spari. Ma prima di scappare, di mettersi in salvo, urla a una signora affacciata a un balcone di chiamare il 113 e poi fa per segnarsi il numero di targa dell’auto dei banditi. La targa di un’auto rubata. Un’auto che non avrebbe consentito la loro identificazione. Eppure quelli, già a bordo della vettura con cui erano arrivati, lo vedono e Fabio Savi prende la pistola di suo fratello appoggiata sul cruscotto, scende e spara alla testa di Zecchi. Dopodiché allunga una mano e porta via il foglietto su cui l’uomo aveva trascritto i numeri.

Violenza inutile e immotivata anche contro Adolfino Alessandri, ucciso il 26 giugno 1989 al termine della rapina alla Coop di Via Gorki, a Bologna: mentre i banditi sono in fuga, incrociano il pensionato che non ci mette niente a fare due più due e a capire cosa sta succedendo. Così li apostrofa in dialetto – “cosa fate, deliquenti?” – e Fabio Savi si ferma e lo fredda con un colpo alla testa. Perché tutto questo? Prova ancora a rispondere Alberto Capolungo.

Si dovrebbe presumere la razionalità e invece ci sono dei momenti in cui, in questa vicenda, non c’è una spiegazione razionale. Noi possiamo ricostruire i fatti, ma non possiamo mai capire perché sono avvenuti in quella determinata maniera. Parliamo dei testimoni. Qualcuno di coloro che li hanno incontrati si è salvato. Qualcun altro, per meno, è stato ammazzato. Allora, se un testimone come Primo Zecchi annota una targa falsa, cosa te ne frega? Però lo ammazzano. Se uno li redarguisce per strada, come Adolfino Alessandri, cosa te ne frega? Stai a perderci tempo? Gli potresti al più dare una spallata, lo butti via. Altre volte invece la gente che li ha incontrati se l’è cavata.

Sono tante le occasioni – tra cui una delle ultime e tra le più orribili, la vicenda di Massimiliano Valenti – in cui si scatena una specie di delirio di violenza. Parlando dei rom, invece di andare a esercitarsi al tiro in campagna, li hanno usato bersagli umani. E, di nuovo, assumersi dei rischi per cosa? Non lo so. Lo stesso Pilastro – tre carabinieri uccisi mentre se ne stanno andando innocui – per quante spiegazioni ci possano fornire non ha logica. Per cui c’è questo aspetto. Se uno dice “io sono razionale, loro sono dei deliquenti pazzoidi”, allora si deve rinunciare a capire e a spiegare determinati fatti. Ma uno non ha altro che la propria razionalità: mettere insieme i fatti, fare deduzioni, cercare di dare spiegazione a qualcosa che ti capita, ti cambia la vita e tu non sai perché è successo. Non c’è niente da fare, per quanto uno si sforzi, una ragione che ti spieghi esattamente perché quel giorno le cose sono andate in quella maniera non c’è, non la si comprende.


La sera del 4 gennaio 1991, alla periferia di Bologna, c’è una nebbia fittissima ed è proprio dietro questa cortina che si consuma un’altra delle sanguinose azioni della banda: l’eccidio dei carabinieri al Pilastro. È forse il più noto dei delitti della uno bianca ed è un’esecuzione. Tre giovani carabinieri – Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta – viaggiano a velocità ridotta sull’auto di servizio quando vengono superati da una vettura che li affianca. Da qui qualcuno inizia a sparare e i carabinieri tentano una fuga: il conducente, per quanto già ferito in modo grave, preme sull’acceleratore e tenta di allontanarsi. Ma il veicolo militare sbanda e si ferma contro alcuni cassonetti. Dalla Uno bianca scendono tre persone che sparano ininterrottamente e i carabinieri tentano di rispondere al fuoco, però cadono sotto i colpi. Allora gli assassini si assicurano che siano tutti morti, si allungano dentro l’auto dei limitari e prima di andarsene prelevano l’ordine di servizio.


In quest’azione Roberto Savi viene ferito a sua volta, all’addome, e lascia tracce di sangue sulla Uno bianca. Che viene bruciata. Immediatamente partono le indagini, ma le testimonianze sull’accaduto non sono omogenee. Si seguono varie piste, spesso non compatibili tra loro: c’è chi parla di una guerra tra bande di slavi, chi – sbagliando di poco – suggerisce ex appartenenti dalle forze dell’ordine e tira in ballo un ex carabiniere, Damiano Bechis che, lasciata la divisa, si è dato alle rapine e che viene ucciso nel 1992 durante uno scontro a fuoco con la polizia. Infine c’è chi indica la strada della criminalità organizzata. E sarà questa a prevalere: finiscono i galera i fratelli William e Peter Santagata, del Pilastro, e i loro presunti complici, Massimiliano Motta e Marco Medda. Sarebbero loro, secondo le indagini, gli assassini dei tre carabinieri.
A questo punto sono già entrati in scena anche i supertestimoni che puntano il dito in direzione opposta rispetto alla verità. Oltre ai Santagata – ritenuti affiliati a una nuova organizzazione criminale, la quinta mafia, che successivamente sarà ritenuta prima di fondamento – si parla di clan dei catanesi per altri omicidi. Ma con i carabinieri i Savi non hanno chiuso al Pilastro. Il 30 aprile 1991, alla periferia di Rimini, c’è un nuovo attacco contro militari dell’Arma: bersaglio sono tre carabinieri che, la sera, stanno facendo un normale giro di controllo e stavolta non finisce in un massacro perché l’autista, nonostante una gomma a terra, tiene l’auto in carreggiata e riesce a prendere velocità.