venerdì 16 marzo 2012

SOGNO DI GIANNI BARBACETTO.


1.Funerali di Stato
Una bara coperta dal tricolore su un affusto di cannone: così, con i funerali di Stato, si è conclusa nell’agosto 2000 la lunga e avventurosa vita di Edgardo Sogno Rata del Vallino, per alcuni eroe partigiano, per altri golpista «bianco», per tutti infaticabile e irrefrenabile combattente anticomunista. Quei funerali, ad onta di chi nega l’esistenza del «doppio Stato», ne sono stati l’epifania: la dimostrazione plastica della sua esistenza, la sua improvvisa visualizzazione tridimensionale. Lo Stato, in quel giorno estremo, ha simbolicamente riconosciuto come propria la storia politica e militare di Sogno, ha rivendicato infine le sue azioni compiute in vita, ha assunto su di sé la sua carica eversiva. C’è uno Stato che indaga (invano) sull’eversore dell’ordine costituzionale; e uno Stato che gli tributa gli onori concessi ai servitori più fedeli: eccolo qui, visibile come mai prima, il doppio Stato. A poco vale tentare di distinguere tra un Sogno comandante partigiano, eroe della Resistenza, e un Sogno difensore dell’ordine atlantico anche oltre e contro la Costituzione; a poco serve sostenere che solo al primo quegli onori sono stati tributati. Non c’è un doppio Sogno: uno è il personaggio, una la sua storia, una l’ispirazione di ogni sua battaglia - dalla giovanile partecipazione alla guerra di Spagna a fianco dei fascisti, fino agli ultimi ansiosi appelli prima della morte. Così i funerali di Stato sono stati inevitabilmente, perfino al di là delle intenzioni di chi li ha concessi, la solenne certificazione che la storia di Sogno è tutta dentro questo Stato, che la guerra sotterranea combattuta nei decenni scorsi, anche oltre e contro la Costituzione, è «guerra di Stato». Vi era un precedente: i funerali di Stato concessi a Randolfo Pacciardi, il cui massimo merito istituzionale era quello di essere stato sotterraneamente scelto per diventare il presidente «forte» della «nuova Repubblica» progettata da Sogno. Ma almeno Pacciardi era stato ministro, e a concedergli quegli onori era stato il presidente Francesco Cossiga, in un contesto internazionale ancora di scontro tra i blocchi. Oggi a tributare il supremo omaggio a Sogno è invece il capo di un governo di centrosinistra, e a oltre dieci anni dalla caduta del Muro di Berlino. Così quei funerali hanno detto perfino di più: il contesto violentemente polemico in cui sono stati celebrati, le innumerevoli voci, anche sguaiate, provenienti dalla politica, la massiccia e corriva copertura dei media hanno dimostrato che la storia di Sogno non è storia passata, che la sua guerra non è finita, che i fantasmi della sua ossessione sono ancora tra noi. In un Paese normale, la morte di un personaggio come Sogno all’ingresso del terzo millennio sarebbe stata rapidamente archiviata, anche dagli osservatori più benevoli, come la scomparsa dalla scena di un uomo del passato, che aveva coltivato vecchie ossessioni e le aveva mantenute vive ormai fuori dal loro contesto: un soldato giapponese a cui nessuno aveva detto che la guerra era finita. E invece: quanti elogi della sua «attualità». Quanti sedicenti «liberali» a intesserne le lodi. Il problema, allora, non è Sogno. Nel suo nome si è evidentemente giocata una partita ancora aperta. Ripercorrere e comprendere vita, opere, miracoli, trasfigurazione e morte di Edgardo Sogno Rata del Vallino può servire dunque a capire qualcosa di questa partita, dentro cui ancora siamo.

2. Sogno antifascista?
C’è un Sogno antifascista, coraggioso comandante partigiano, mitico eroe di Radio Londra, medaglia d’oro della Resistenza. Gliel’hanno concesso anche gli avversari e, del resto, come negarlo? Coraggioso fino al limite estremo dell’incoscienza, si cimentò anche in imprese impossibili, come la liberazione di Ferruccio Parri a Milano. Un’avventura che si sarebbe certamente conclusa con l’uccisione di Sogno, se non fosse stata tentata in un momento in cui i tedeschi, ormai in difficoltà, erano pronti anche ad accettare e cercare scambi con gli Alleati. Ma per capire il comandante della Franchi è necessario uscire dalla scala di valori di quella cultura europea che si è costruita sull’asse fascismo-antifascismo. Sogno è fascista? è antifascista? Ha poco senso porre così la domanda. Su un altro asse egli si muove e compie le sue scelte cruciali: l’asse Occidente-Comunismo. Sogno (come altri personaggi del suo contesto: l’Yves Guerin Serac dell’Aginter Press, per esempio; o il Carlo Fumagalli che come Sogno è stato insignito dagli Alleati della Bronze Star, e poi negli anni Settanta ha costituito in Valtellina l’eversivo Movimento Armato Rivoluzionario) è innanzitutto un guerriero dell’Occidente, un combattente atlantico, un irriducibile nemico del Comunismo. Fascismo e antifascismo non sono per Sogno scelte di civiltà, ma strumenti da usare o da riporre, di volta in volta, a seconda delle convenienze storiche contingenti. Così il giovane Sogno inaugura la sua avventurosa vita combattendo come volontario a fianco di falangisti e fascisti, nella guerra civile spagnola scatenata da Francisco Franco contro la legittima Repubblica che era stata scelta dai cittadini con il voto: senza Franco, la Spagna sarebbe uscita dal campo occidentale e scivolata nel campo comunista sovietico, dunque per Sogno era utile e anzi necessaria una forzatura armata, anche contro la legittima volontà popolare che si era espressa nelle urne. E così l’ultimo atto pubblico della vita di Sogno sarà la sua candidatura nelle liste elettorali degli ex fascisti di Alleanza Nazionale. Tra queste due esperienze, la parentesi della Resistenza: ma non in nome dell’antifascismo, quanto invece della lealtà all’Occidente, che aveva deciso di sconfiggere la Germania dell’antioccidentale Hitler. Suoi punti di riferimento durante l’esperienza partigiana della Franchi sono la monarchia sabauda e, ancor più, gli alti comandi alleati. Gli inglesi sono i suoi referenti immediati, hanno sempre un messaggio speciale per lui nelle trasmissioni di Radio Londra e privilegiano la sua formazione armata con numerosi e ricchi lanci di armi e materiali. Quanto al fascismo, Sogno non lo ha mai sentito come radicalmente diverso da sé. Tanto da dichiarare, negli anni Settanta, che «il primo squadrismo fascista del ’19 e del ’20 è degno di encomio, in quanto fu capace di rintuzzare la tracotanza rossa». Ma perfino il nazismo, alla fine, non lo inorridiva troppo, tanto che nel 1999 Sogno si presentò a Torino al processo contro Theo Saevecke, l’ufficiale tedesco responsabile dell’eccidio dei martiri di piazzale Loreto a Milano e di tanti altri crimini contro partigiani, civili, ebrei: Sogno fu testimone della difesa di Saevecke, che poi per i suoi delitti fu condannato all’ergastolo.

3. Sogno eversore?
Un soldato, un combattente. Il conte Sogno Rata del Vallino ha il suo battesimo del fuoco nella guerra di Spagna. Poi nella guerra di Liberazione diventa leggendario come comandante dei partigiani bianchi della Franchi. Nel dopoguerra il suo ruolo diventa più defilato, la sua attività più sotterranea, ma non meno intensa. Ufficialmente Sogno, che ha intrapreso la carriera diplomatica, è nei ruoli del ministero degli Affari esteri; ma lavora anche per il ministero dell’Interno: soldato dell’armata invisibile che deve combattere la guerra non dichiarata contro il comunismo - anche oltre e contro la Costituzione. Negli anni Cinquanta nascono organismi deputati, a diversi livelli di segretezza e di operatività, alla lotta contro il comunismo. Sorgono organizzazioni segrete per la «guerra non ortodossa», quali quelle previste dalla pianificazione Nato Stay behind (Gladio). Prima ancora, nel settembre 1951, il Consiglio dei ministri istituisce presso il ministero dell’Interno una Direzione generale dei Servizi di difesa civile, con la facoltà di avvalersi anche di «elementi volontari». Più volte portata in Parlamento, la legge sulla Difesa civile non otterrà mai l’approvazione definitiva, a causa dell’opposizione delle sinistre, per le quali il vero scopo dei «volontari» sarebbe stato l’intervento contro i comunisti, le manifestazioni di piazza e gli scioperi. Ma organismi di «difesa civile», segreti e senza copertura parlamentare, sono messi ugualmente in funzione. E Sogno in essi ha un ruolo importante. Lo ammette egli stesso, in una lettera datata 12 agosto 1969 e inviata all’allora ministro degli Esteri Aldo Moro per lamentare i rallentamenti subiti nella carriera diplomatica a causa proprio dell’attività riservata svolta per il ministero dell’Interno: «Fin dal 1949 l’onorevole Scelba, allora ministro dell’Interno, mi interpellò per conoscere se avrei accettato un incarico che avrebbe comportato il distacco presso il ministero dell’Interno (organizzazione del progettato Servizio di Difesa civile)». Sogno, in quella prima occasione, rifiuta. Ma accetta la seconda offerta: «Nel luglio del 1953, per iniziativa della presidenza del Consiglio (Governo Scelba) mi veniva nuovamente proposto un incarico di carattere eccezionale e riservato (organizzazione della difesa psicologica delle istituzioni democratiche) in ripresa di una operazione avviata nel 1948 per iniziativa del ministro Sforza nel quadro dell’attività svolta in base al piano Marshall. Accettai tale incarico». E ancora: «L’azione svolta per il tramite del comitato da me organizzato ebbe tre fasi principali: in un primo periodo (fino all’ottobre 1954) essa si concretò nella realizzazione del progetto che gli onorevoli De Gasperi e Pella avevano ripetutamente sostenuto in Consiglio atlantico e consistente nel contrapporre l’azione degli organi promotori e coordinatori della propaganda occidentale alla costante iniziativa sovietica nel campo della informazione. Nel secondo periodo (ottobre 1954 - giugno 1955) il comitato assolse funzioni specifiche nel quadro dei provvedimenti adottati dal Governo Scelba per la difesa delle istituzioni, assumendo compiti di punta che non potevano essere affidati a organi governativi. Nel terzo periodo (dopo il giugno 1955) il comitato ridusse progressivamente l’azione esterna per concentrarsi su compiti di carattere riservato sempre nel campo della difesa psicologica. Durante questo servizio prestato alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio e in collaborazione con i ministeri dell’Interno e della Difesa, rimasi nei ruoli del ministero Esteri». La spiegazione del rifiuto che Sogno oppone alla prima offerta è contenuta in un fascicolo della divisione Affari riservati del ministero dell’Interno (il servizio segreto civile, progenitore del Sisde): in una vecchia nota classificata «riservatissima», si dà conto delle «idee politiche del conte Sogno», il quale è «convinto che il popolo italiano ama la forza» ed è, appunto, «persuaso inoltre che il primo squadrismo fascista del ’19 e del ’20 sia degno di encomio, in quanto fu capace di rintuzzare la tracotanza rossa»; Sogno è tanto convinto di ciò, che «tenta di rimettere in piedi uno squadrismo “democratico”, capace di difendere gli ideali cristiani e democratici contro l’assolutismo comunista»; «nel 1948», ribadisce la nota dei servizi, «l’onorevole Scelba gli offrì la direzione della Difesa civile, ma egli rifiutò perché la Difesa civile doveva entrare in azione soltanto nel caso che i comunisti tentassero un’azione di forza e (secondo le sue opinioni) non si possono galvanizzare gli uomini soltanto per un’occasione sola, che potrà anche non verificarsi. Occorre invece uno squadrismo risoluto e attaccabrighe, capace di prendere l’iniziativa e non di servire da semplice reazione». Eccolo, l’antifascista Sogno: appena smessa la divisa partigiana rimpiange «lo squadrismo del ’19 e del ’20» e sogna un nuovo «squadrismo risoluto e attaccabrighe». Cercherà di realizzarlo nel movimento Pace e Libertà. Rifiutata nel 1948-49 la Difesa civile perché troppo «morbida», accetta la seconda offerta di Scelba, nel 1953: s’impegna a organizzare la sezione italiana del movimento anticomunista transnazionale Paix et Liberté, con compiti di «contropropaganda» o «guerra psicologica», affidati nel dopoguerra nei Paesi dell’Occidente in parte a organismi istituzionali (esercito, servizi...) e in parte a civili, «irregolari» collegati e controllati da settori istituzionali. Quando, nel giugno 1953, su incarico del governo francese, arriva a Roma il presidente di Paix et Liberté, Jean Paul David, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, insieme al Capo di Stato maggiore e al Capo della Polizia gli comunicano ufficialmente la costituzione della sezione italiana di Pace e Libertà, diretta da Edgardo Sogno. Il ministro degli Esteri Giuseppe Pella, con lettera protocollata il 18 febbraio 1954 scrive al ministro dell’Interno Amintore Fanfani: «Nel settembre u.s. si è costituita poi a Milano, via Palestro n. 22, una sezione italiana di tale movimento. (...) La sezione italiana di Pace e Libertà è diretta dalla medaglia d’oro Edgardo Sogno Rata, funzionario del ministero degli Affari esteri in aspettativa (...). Ti sarò perciò assai grato se vorrai esaminare la possibilità di rivolgere la Tua attenzione a Pace e Libertà in Italia, alla quale il ministero degli Affari esteri già fornisce assistenza nei limiti delle proprie possibilità e competenze (informazioni dai Paesi d’oltre cortina, giornali, etc.) ma che, per la sua particolare e utile attività all’interno conviene possa far capo anche al Tuo Dicastero». L’organizzazione è formalmente privata, ma la copertura è istituzionale. I finanziamenti giungono, secondo le tracce rimaste in alcune relazioni dei servizi, dagli industriali del Nord, Fiat, Viberti, Pirelli, con la mediazione dell’Ufficio Rei - Ricerche economiche e industriali - del Sifar, comandato dal colonnello Renzo Rocca (che poi morirà, in un suicidio rimasto misterioso). Un funzionario del Sifar, Vittorio Avallone, racconterà in seguito, in una testimonianza resa al pretore Raffaele Guariniello, gli intensi rapporti intercorsi tra servizi, Fiat e Pace e Libertà, anche attraverso il provocatore Luigi Cavallo, per qualche tempo al fianco di Sogno nel suo movimento. Nel gennaio 1956, secondo una relazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, si svolge a Milano un congresso internazionale dei comitati Paix et Liberté, con la partecipazione di rappresentanti di Italia, Francia, Belgio, Svizzera, Olanda, Germania. «I rappresentanti di altri comitati, non potuti intervenire», scrive la relazione, «hanno fatto pervenire messaggi di solidarietà e di augurio. (...) I congressisti, pur tenendo conto delle particolari modalità di azione dipendenti dalla situazione politica dei vari Paesi, hanno convenuto che, in vista dei continui progressi del bolscevismo in tutto il mondo, e poiché il comunismo rappresenta un grave pericolo per le istituzioni fondamentali degli Stati democratici, occorre promuovere un anticomunismo di Stato». è il «doppio Stato» al lavoro: per salvare dal pericolo comunista la democrazia, si infliggono ferite alla democrazia, promuovendo organizzazioni segrete che si muovono fuori e contro ciò che è permesso e stabilito dalla Costituzione democratica. Ma qual era, in concreto, l’attività dei gruppi di Sogno? Si limitavano alla propaganda anticomunista? In una circolare interna del luglio 1954 inviata alle sezioni provinciali vengono chiariti i compiti dell’organizzazione: «Raccogliere gli indirizzi degli attivisti di tutte le organizzazioni cominformiste (Pci, Cgil, Udi, Fgci ecc.). Iscrivere su un “libro nero” tutti gli elementi comunisti che occupano posti di responsabilità nell’amministrazione pubblica e nelle principali aziende, con scheda biografica per ognuno di essi. Costruire una rete informativa anticomunista in tutta la provincia, rete che deve essere clandestina e assolutamente indipendente dall’organizzazione. Formare una squadra con compiti speciali». Siamo evidentemente fuori dalla legalità democratica. Schedatura dei comunisti, organizzazione clandestina e compartimentata. E quali saranno i «compiti speciali»? E i «compiti di punta che non potevano essere affidati a organi governativi», di cui Sogno accenna nella sua lettera a Moro, hanno forse a che fare con quello «squadrismo risoluto e attaccabrighe» inseguito da Sogno? Una relazione dell’aprile 1954 contenuta nel fascicolo su Pace e Libertà custodito presso gli Affari riservati conferma che «l’opera di propaganda e di forza del movimento Pace e Libertà esorbita dalle limitazioni osservate da analoghe organizzazioni (...) ponendosi su un piano di lotta aperta ed a oltranza, con organizzazione paramilitare. (...) Il “centro sicurezza” raccoglie gruppi di ex partigiani autonomi, nonché di giovani volontari di Pace e Libertà, organicamente costituiti in reparti da impiegarsi in azione controrivoluzionaria, qualora il potere dovesse passare in mano alle sinistre, anche se ciò dovesse, malauguratamente, avvenire attraverso consultazioni elettorali». L’estensore del rapporto racconta: «L’accesso ai locali è inibito a chicchessia. Essendo accompagnato dal Sogno, ho potuto personalmente rendermi conto della elevata efficienza della organizzazione». E conclude con quattro punti: primo, «il Sogno ha preso diretto contatto, recentemente, con il presidente del Consiglio, onorevole Scelba. Dell’esito di tale contatto egli ha trasmesso una succinta, ma delicata, relazione alle autorità dalle quali dipende»; secondo, «il Sogno opera con la piena autorizzazione del ministero degli Esteri italiano»; terzo, «l’organizzazione Pace e Libertà è validamente sostenuta da potenti erogazioni finanziarie provenienti da gruppi industriali del Nord»; quarto, «il Sogno gode di un certo appoggio di elementi dell’Ambasciata americana (segreteria Signora Luce)».

4. Sogno golpista «bianco»
Il combattente Sogno, dopo l’esperienza di Pace e Libertà, rientra nei ranghi e nel ruolo del ministero degli Affari esteri e passa alcuni anni fuori dall’Italia come diplomatico in Birmania. Rientra in patria nel 1970 e subito fonda i Comitati di Resistenza Democratica. Sostiene di essere tornato in Italia «in un momento eccezionale, in obbedienza a un dovere morale». Il momento, effettivamente, è eccezionale: la strage di piazza Fontana, nel dicembre 1969, ha appena dato il via alla cosiddetta «strategia della tensione», che nella mente dei suoi ideatori avrebbe dovuto portare a un cambiamento istituzionale e a una svolta autoritaria. Quelli dal 1970 al ’74 sono gli anni più intensi della «guerra non ortodossa», teorizzata e preparata da un convegno, il noto incontro del 1965 all’Hotel Parco dei Principi a Roma, organizzato dai servizi e dallo Stato Maggiore della Difesa con la partecipazione di alcuni leader del neofascismo italiano. All’avvio della fase della «distensione» tra Est e Ovest, i promotori del convegno (e della «guerra non ortodossa») sostengono che il comunismo non si sta «aprendo», ma sta soltanto utilizzando tecniche più sofisticate per penetrare in Occidente. Il nemico è il «dialogo», considerato il cavallo di Troia del comunismo nell’Occidente. Il pericolo è alle porte, dunque, e in un momento di rischio eccezionale per l’Italia bisogna rispondere con mezzi adeguati ed energie eccezionali. Dopo il 1968 degli studenti e il ’69 degli operai, la società italiana si è spostata a sinistra e il Pci potrebbe conquistare il potere per via elettorale. Diversi centri si attivano per scongiurare il pericolo: alcuni ruotano attorno agli ambienti della destra estrema, altri attorno agli apparati statuali e agli ambienti atlantici. Il fine, per tutti, è unico: impedire comunque l’arrivo dei comunisti al potere, con ogni mezzo. Le tattiche sono diverse: alcuni, come gli uomini raccolti attorno al principe Junio Valerio Borghese, puntano al golpe classico, con forti tinte neofasciste; altri, come Sogno e Pacciardi, progettano una svolta presidenzialista e gollista per dare all’Italia un «governo forte» e una «Seconda Repubblica»; altri ancora ritengono che sia sufficiente minacciare il golpe per mantenere e consolidare gli equilibri e ritengono che azioni anche violente di disordine possano essere giocate come carta per ottenere una generalizzata richiesta d’ordine («destabilizzare per stabilizzare»). Sogno si getta nella mischia. Ristabilisce i contatti con i vecchi partigiani bianchi della Franchi. Sono con lui Angelo Magliano, Aldo Cucchi, Rino Pachetti, Andrea Borghesio ed Enzo Tiberti (di cui, molti anni dopo, sarebbe emersa l’appartenenza alla struttura Gladio). Insieme preparano un progetto presidenzialista. Sostenitori e finanziamenti non mancano. Dichiarerà anni dopo il direttore delle relazioni esterne della Fiat, Vittorino Chiusano, al giudice istruttore di Torino Luciano Violante: «Nel 1970 o 1971, non ricordo bene, il dottor Sogno venne nel mio ufficio esponendomi la necessità di un finanziamento per svolgere un’azione politica che mi sembrava interessante nei confronti del Pli. Sostanzialmente si trattava di fare di questo partito l’elemento catalizzatore della destra democratica anche per sbloccare i voti congelati nel Msi. Il discorso mi è sembrato valido e ho disposto il versamento di contributi per lo svolgimento di questa attività». Dalla sola Fiat, Sogno riceve tra il 1971 e il 1974 almeno 187 milioni dell’epoca, che gli servono, secondo le dichiarazioni di Chiusano, per «conquistare» il Pli e «aprire» al Msi. Il 30 maggio 1970 nascono ufficialmente i Comitati di Resistenza Democratica: nell’abitazione dell’architetto Guglielmo Mozzoni, a Biumo di Varese, presente «una trentina di ex partigiani democratici», secondo il racconto dello stesso Sogno. Nel programma in dieci punti stilato quel giorno si legge: «La crisi che si presenta come certa, anche se a un’epoca non ancora precisabile, è una crisi profonda dello Stato e delle istituzioni. Essa costituisce una svolta, un punto limite oltre il quale viene a mancare la base di legittimità su cui la Repubblica è stata fondata». Per questo si rende necessario «ristabilire il carattere democratico, occidentale e nazionale del regime». «Al momento della crisi rappresenteremo l’unica alternativa con una preparazione e una legittimità per la fondazione della seconda Repubblica». Al Comitato di Sogno aderiscono due stranieri eccellenti: John McCaffery Junior, il figlio dell’uomo che nel 1943-45 guidò da Ginevra i servizi segreti inglesi in Italia, ed Edward Philip Scicluna, che durante la guerra fu paracadutato tra i partigiani come ufficiale di una missione inglese e divenne poi capo della Divisione Lavoro della Commissione Alleata in Piemonte. Nel 1970 Scicluna era direttore generale della Fiat Agency and Head Office a Malta. Ha contatti con Sogno anche Hung Fendwich, ingegnere americano dirigente dell’industria elettronica Selenia, considerato eminenza grigia della Cia in Italia e intermediario tra il presidente Usa Richard Nixon e il principe golpista italiano Junio Valerio Borghese. Al pubblico, il movimento di Sogno è presentato il 20 giugno 1971. Sono appena state aperte le urne delle elezioni amministrative parziali del 13 giugno, in cui l’estrema destra ha avuto un buon risultato elettorale. Sogno proclama: «Si avvicina il momento in cui sono necessarie soluzioni che non rientrano più nella meschinità del calcolo e del dosaggio politico ordinario, il momento in cui fatalmente prevale chi sa concepire una comunità più ricca di motivi ideali, una società fondata su valori morali più generosamente e generalmente sentiti». Nell’ottobre successivo, un gruppo di medaglie d’oro della Resistenza iscritte alla Fivl, la Federazione Italiana Volontari della Libertà, firma un appello contro i «frontismi estremi» e a favore di Edgardo Sogno. Nel gennaio 1972 inizia le pubblicazioni la rivista Resistenza Democratica: editore è Enzo Tiberti, ex partigiano delle Brigate Garibaldi, iscritto al Pci fino al 1948, poi passato al fronte anticomunista ed entrato nel 1960 nelle file di Gladio. Il primo numero della rivista ha articoli firmati, tra gli altri, da Massimo De Carolis, da Aldo Cucchi, dal generale Sabatino Galli. Sul secondo numero di Resistenza Democratica il giornalista televisivo Enzo Tortora scrive sulle «follie del dittatore-attore Fidel Castro» e compaiono anche articoli in favore del Movimento nazionalista ucraino che si rifà al governo filonazista di Jaroslav Stetzko. A una delle manifestazioni del Comitato, il 28 febbraio 1972 al teatro Odeon di Milano, accanto a Sogno ci sono il massone Aldo Cucchi, il solito Massimo De Carolis e un socialdemocratico che farà strada: Paolo Pillitteri. Nel frattempo si riavvicina a Sogno anche Luigi Cavallo, che aveva già collaborato con lui negli anni Cinquanta, ai tempi eroici di Pace e Libertà. Nel settembre 1973, all’indomani del golpe del generale Pinochet in Cile, Sogno commenta: «Nel caso del Cile è ingiusto e disonesto accusare i militari di aver ucciso la democrazia». Nel novembre successivo, parlando a Milano, afferma: «In momenti come questi non possiamo lasciare il nostro destino e quello dei nostri figli nelle mani di politici di mestiere che hanno perso il senso della storia e si sono rassegnati al peggio. Nei momenti decisivi per questo Paese noi abbiamo sempre avuto piccole minoranze, uomini singoli che sono intervenuti e che hanno assunto la responsabilità della guida morale e delle grandi decisioni. Di fronte alla situazione in cui stiamo scivolando, l’intelligenza e il mestiere politico non sono più sufficienti». E ancor più chiaramente: «La ripresa di un cammino ascendente nello sviluppo economico, sociale e politico del Paese è impossibile senza una rottura della continuità con l’attuale regime, senza una radicale modificazione dell’attuale quadro politico e senza il totale ricambio dell’attuale classe politica». Con il passare dei mesi, si accentuano i caratteri eversivi del movimento e si riducono le distanze tra le due ali del «partito del golpe» che è al lavoro in Italia: molti partigiani abbandonano Sogno, che si avvicina invece agli uomini del principe Borghese, come Remo Orlandini; e Andrea Borghesio, amico personale di Sogno e sostenitore del suo progetto fin dalla prima ora, entra nell’esecutivo piemontese del Fronte Nazionale di Borghese, fianco a fianco con il neonazista Salvatore Francia, capo piemontese di Ordine Nuovo. Sogno dunque, per sua stessa ammissione, lavora per la «rottura», per «una radicale modificazione» del quadro politico. Progetta un piano eversivo che sarebbe dovuto scattare mentre le grandi fabbriche erano chiuse e l’Italia era in vacanza, tra il 10 e il 15 agosto 1974. Prepara un’azione, anche armata, che sarebbe scattata in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Un «golpe bianco», anticomunista e liberale, un’azione «violenta, spietata e rapidissima». Secondo le dichiarazioni di Luigi Cavallo, avrebbe dovuto essere «un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra, che divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco». Un colpo organizzato «con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura». Conseguenze immediate: lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese», una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l’attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse «il rilancio dello sviluppo economico». La lista del nuovo «governo forte» era pronta. Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi; sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini e Celso De Stefanis; ministro degli Esteri: Manlio Brosio; ministro dell’Interno: Eugenio Reale; ministro della Difesa: Edgardo Sogno; ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo; ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa; ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli; ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame; ministro dell’Informazione: Mauro Mita; ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti; ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini; ministro della Sanità: Aldo Cucchi; ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne. Il governo di tecnici imposto dal «golpe bianco» sarebbe stato legittimato davanti all’opinione pubblica - nei progetti dei suoi strateghi - dalla contemporanea messa fuori legge del Msi e dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra: ciò avrebbe dovuto garantire una sorta di equidistanza politica. La fine dell’immunità parlamentare e un tribunale speciale per i politici, accusati di essere corrotti e incapaci, avrebbero dovuto infine assicurare consenso al «rinnovamento» e una legittimazione «morale» alla svolta eversiva, presentata come intervento necessario per salvare il Paese.
5. Il biennio nero
In quegli anni cruciali, tra il 1970 e il ’74, in Italia dunque si muove un grande, composito, non privo di conflitti «partito del golpe». Il principe Junio Valerio Borghese prepara un colpo di Stato, sostenuto dai movimenti neonazisti italiani, Ordine Nuovo di Pino Rauti e Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, appositamente riuniti sotto la nuova sigla Fronte Nazionale. Per una cruciale «ora x» del 1973 erano pronti a scattare anche i congiurati, militari e civili, della Rosa dei Venti. E per l’agosto 1974 era programmato il «golpe bianco» di Sogno. Le stragi, in questo contesto, sono progettate come momenti di disordine, da addebitare ai «rossi», affinché il Paese reagisca chiedendo che venga ristabilito l’ordine. L’«ora x» non scatta, ma nel «biennio nero» ’73-’74 scattano molte azioni progettate e realizzate come preparatorie al golpe: 7 aprile 1973, attentato al treno Torino-Genova (fallito per l’imperizia dell’attentatore, l’ordinovista Nico Azzi, che si ferisce con l’innesco della sua bomba); 12 aprile 1973, manifestazione fascista a Milano con uccisione di un agente di polizia, colpito da una bomba a mano; 17 maggio 1973, strage alla questura di Milano, per mano del falso anarchico Gianfranco Bertoli (quattro morti, 46 feriti); 28 maggio 1974, strage di piazza della Loggia a Brescia (otto morti, 94 feriti); 4 agosto 1974, strage dell’Italicus (12 morti, 48 feriti). Brescia e Italicus fanno parte di un programma di quattro stragi, due delle quali, a Silvi Marina vicino a Pescara e a Vaiano in Toscana, sono fallite. Ma in tutta Italia sono centinaia gli attentati minori che vanno a segno. Intanto in Valtellina erano pronte le truppe armate di un altro partigiano bianco, Carlo Fumagalli. Pronta a Milano la «Maggioranza silenziosa» di Adamo Degli Occhi e Massimo De Carolis, il cui compito era dare sostegno di piazza all’attesa svolta istituzionale. Pronto anche il gruppo armato di Giancarlo Esposti, che stava forse preparando un clamoroso attentato a Roma quando, abbandonato da chi gli aveva promesso sostegno e copertura, viene abbattuto in un conflitto a fuoco al Pian del Rascino, il 30 maggio 1974. A tutta questa fittissima attività eversiva non erano estranei gli apparati istituzionali italiani e i centri informativi della Nato e degli Stati Uniti, che sapevano, tolleravano, vigilavano, ora spingevano, ora frenavano. Senza quella guida e quella tolleranza, il grande circo dell’eversione non serebbe durato più di qualche mese. Nel 1974, però, la svolta. Cambia il quadro internazionale, finisce (sotto i colpi dello scandalo Watergate) l’amministrazione Nixon negli Stati Uniti, cade il regime di Caetano in Portogallo e quello dei colonnelli in Grecia. In Italia, dentro gli apparati e nella politica, arriva alla resa dei conti lo scontro feroce tra un’ala più tradizionalmente filogolpista (a cui apparteneva, tra gli altri, il capo del Sid Vito Miceli) e un’ala più disposta a un cambiamento dei metodi della «guerra non ortodossa» (incarnata dal capo dell’Ufficio D del Sid Gianadelio Maletti e dal suo punto di riferimento politico, Giulio Andreotti). Durante questa durissima guerra intestina, nel 1974, anno cruciale, si aprono alcuni spiragli sulla verità: i magistrati di Milano Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini danno nuovo impulso alle indagini sulla strage di piazza Fontana, coinvolgendo direttamente anche l’informatore del Sid Guido Giannettini; un giovane giudice di Padova, Giovanni Tamburino, scopre il piano eversivo della Rosa dei Venti e fa arrestare addirittura il capo del Sid, Miceli; a Torino il giudice istruttore Luciano Violante apre un’inchiesta sul «golpe bianco» che farà finire in carcere Edgardo Sogno. Dura pochi mesi. Poi gli apparati e la politica tornano a garantire impunità per tutti, mentre la macchina giudiziaria disinnesca le tre indagini, strappate dalla Cassazione ai magistrati che le avevano avviate. Quella di Milano è spedita a Catanzaro, quelle di Padova e Torino a Roma, dove si bloccheranno per sempre.

6. Destabilizzare per stabilizzare
Edgardo Sogno, per la verità, non ha mai negato di aver lavorato per una svolta istituzionale. Anzi, lo ha più volte rivendicato con orgoglio. Egli stesso, nel marzo 1997, rende pubblica la lista dei «suoi» ministri. Che non stesse scherzando è poi garantito da una parte degli apparati di Stato e della politica. Un rapporto del Reparto D del Sid, realizzato dal colonnello Sandro Romagnoli e dal capitano Antonio Labruna, conferma che nel periodo compreso tra il 10 e il 15 agosto 1974 si sarebbero realizzati «atti eversivi non meglio precisabili tra i quali però sarebbero rientrati: un’azione di forza in direzione del Quirinale; imposizione al Presidente Leone di profonde ristrutturazioni delle istituzioni dello Stato e formazione di un governo di tecnici con a capo Randolfo Pacciardi. L’azione verso il Quirinale dovrebbe essere capeggiata da tale Salvatore Drago, che potrebbe personalmente contare anche su un consistente gruppo di appartenenti alla Ps; gli atti eversivi dovrebbero determinare come scopo finale l’intervento di imprecisati reparti militari favorevoli all’eversione». Andreotti, allora ministro della Difesa, conferma: dichiara infatti subito al giudice Violante di aver ricevuto dal Sid documentazione sui piani eversivi in preparazione e, rilevato che «l’entità del pericolo esigeva iniziative immediate», aveva ordinato al capo del Sid, il generale Miceli, di informare immediatamente Polizia e Carabinieri. Miceli aveva eseguito: il 10 luglio 1974 aveva consegnato al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Enrico Mino, e al capo dell’Ispettorato Antiterrorismo, Emilio Santillo, un appunto nel quale si informava dell’iniziativa eversiva e si comunicavano i nomi di Ricci, Drago, Pacciardi, Sogno. Il generale Mino conferma a Violante di aver inoltrato ai comandi territoriali dei Carabinieri due successive disposizioni con le quali si ordinavano dispositivi di vigilanza, da rafforzare ulteriormente nei giorni prefestivi e festivi e durante le ore notturne. La seconda disposizione, emanata il 22 luglio, fu decisa, afferma Mino, perché era stato informato «che i programmi eversivi che mi erano stati comunicati si stavano traducendo nei giorni successivi in azioni concrete». Il 10 agosto il generale Igino Missori, comandante della divisione dei Carabinieri Podgora, competente sull’Italia centrale e dunque su Roma, aveva impartito l’ordine di predisporre un ulteriore contingente armato per un eventuale impiego nei giorni festivi e nelle ore notturne. Contemporaneamente, il capo della Polizia Efisio Zanda Loy aveva disposto un aumento del contingente armato di stanza al Quirinale e nella tenuta presidenziale di Castelporziano, scegliendo «guardie particolarmente addestrate alla difesa personale e al tiro con le armi». Qualche generale (Piero Zavattaro Ardizzi, Luigi Salatiello, Giuseppe Santovito) era stato cambiato in fretta di posto, a quanto testimonia Andreotti, il quale sostiene di aver deciso di «operare subito qualche spostamento in punti cruciali per togliere eventuali collegamenti». Tutti i protagonisti di questa pochade, in realtà, sembrano muoversi in modo ambiguo, tenendo i piedi in più scarpe; nessuno (neppure Andreotti, che a posteriori dice di essersi mosso) denuncia pubblicamente le manovre eversive. Comunque al golpe vero e proprio non si giunge, ma nello stesso tempo i responsabili degli atti eversivi sono di fatto coperti e protetti. «Destabilizzare per stabilizzare»: alla svolta del 1974 l’obiettivo è raggiunto.


7. I volonterosi funzionari del doppio Stato
Dopo il ’74 il «partito del golpe» si scioglie o, meglio, cambia tattica. Abbandonata quella dello scontro frontale, si avvia a praticare nelle mutate condizioni internazionali, politiche e sociali una più raffinata, foucaultiana occupazione dei centri di potere, coordinandosi in quel club dell’oltranzismo atlantico noto come Loggia P2. Continuità e cambiamento: tutti i protagonisti della dura stagione passata alla storia come «strategia della tensione», compreso Sogno, li ritroviamo nelle liste della loggia di Licio Gelli, che del «partito del golpe» aveva fatto parte, con ruoli non marginali; tutti gli elementi salienti di programma del «golpe bianco» passano nel gelliano Piano di Rinascita Democratica; e Sogno compare anche nella vicenda Sindona: con Gelli, John McCaffery, Philip Guarino, Carmelo Spagnuolo e Anna Bonomi Bolchini è tra i firmatari degli «affidavit» al bancarottiere, le dichiarazioni giurate che chiedevano alla magistratura americana di non estradare Michele Sindona in Italia, poiché qui era perseguitato dalla giustizia in quanto anticomunista. Intanto la vicenda giudiziaria di Sogno si risolve felicemente. Un mese e mezzo di carcere; i servizi e il governo che oppongono il segreto di Stato su molti dei documenti che lo riguardano; il trasferimento del procedimento a Roma; la richiesta di proscioglimento del pubblico ministero, il 7 dicembre 1977, per insufficienza di prove; la dichiarazione del giudice istruttore, il 12 settembre 1978, di non doversi procedere per le attività eversive di Sogno e dei suoi coimputati «perché il fatto non sussiste». Negli anni seguenti Sogno fa sentire la sua voce attraverso un’ossessiva attività pubblicistica, sempre a tinte forti. A un saggio sulla «guerra non ortodossa» apparso su Micromega (Gianni Barbacetto, Il Polo occulto, Micromega 8/95) reagisce scrivendo sul Giornale che si tratta di «ripugnante cinismo e di intollerabile aggressività totalitaria che continuano a imporci una risposta di totale rottura». Ma non risparmia critiche neppure alla destra, colpevole (scrive sul Foglio nel novembre 1998) di non opporsi con sufficiente energia al comunismo, di non lavorare per quella «paralisi totale del sistema» auspicabile per «approdare, dopo trent’anni, a un chiarimento se non col mitra, almeno britannicamente coi guantoni». La lotta politica si sovrappone alla voglia di menare le mani, e spesso in questa si esaurisce. Così fino alla fine, fino alla morte e ai funerali di Stato. Comprensibile, per un volonteroso funzionario del doppio Stato, «uomo dalla voce femminea, dal coraggio grandissimo e dalla debole intelligenza politica», come ha scritto Giorgio Bocca. Meno comprensibili i commenti di chi oggi lo ha descritto come un eroe vittima di una persecuzione giudiziaria, contro le sue stesse, orgogliose rivendicazioni: «Avevamo assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti», di «impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni», dichiara apertamente nel 1990. E nella sua ultima lettera, estremo messaggio inviato a un gruppo di amici e sostenitori il 13 luglio 2000: «La difesa sul piano del pensiero e della logica non esiste al di fuori della distruzione fisica, ossia della guerra civile. Per cinquant’anni mi sono battuto per la distruzione dello Stato. Non c’è soluzione al di fuori della distruzione totale di questa realtà». Questo è Edgardo Sogno, personaggio chiave della «guerra non ortodossa» italiana, più di chiunque altro (esclusi i politici, che si sono poi comunque rapidamente riciclati) protagonista cosciente del «doppio Stato»: proprio perché egli non era fascista, non era uno dei tanti neri che credevano di usare gli apparati dello Stato e ne erano invece usati. Ma Sogno ha almeno il merito di avere rivendicato orgogliosamente, senza ipocrisie e fino all’ultimo, di aver combattuto e di voler continuare a combattere. Non ha mai negato di aver compiuto le azioni per cui è stato processato, le ha solo ritenute necessarie e meritorie. Gli rende un cattivo servizio, dunque, chi sostiene che il processo in cui è stato imputato è stato una «persecuzione giudiziaria». Chi, come Silvio Berlusconi, ha scritto (sul Giornale): «Per aver combattuto il comunismo in tempo di pace e con le armi della parola e degli scritti egli è stato incarcerato, accusato di crimini inesistenti da parte di una magistratura più ligia ai principi dell’ideologia comunista che non a quelli dello Stato di diritto. Le vicende giudiziarie di Sogno sono state una delle pagine più tristi dell’Italia repubblicana, e continua ad essere un vulnus della nostra storia civile il fatto che coloro che ne furono protagonisti non hanno mai avuto il coraggio personale e la saggezza politica di riconoscere che non si trattò di un umanissimo errore giudiziario, ma di una persecuzione frutto, forse anche inconsapevole, dell’odio ideologico». Macché errore giudiziario, risponderebbe Sogno, se fosse in vita. Egli aspettava un riconoscimento per quello che aveva fatto, non una difesa per ciò che non avrebbe fatto. Lo sanno bene, in realtà, anche i suoi amici e difensori che però, privi della sua franchezza e bloccati dall’ipocrisia politica, si guardano bene dallo scrivere la verità.


8. Revisionismo all’italiana
Si è compattata una pattuglia di revisionisti all'italiana, politici potenti, giornalisti e intellettuali di una certa fama. Sono le loro parole a spiegare, se sottoposte a un adeguato lavoro ermeneutico, perché in Italia un personaggio come Sogno sia ancora preso sul serio, a dieci anni dalla fine del confronto tra Est e Ovest
1. La democrazia secondo Sogno. Dunque Sogno si faceva pubblicamente vanto delle sue azioni, anche illegali: «Avevamo assunto l’impegno di sparare contro i traditori...». Lo sanno bene anche coloro i quali lo difendono oggi. Essi parlano ipocritamente di «persecuzione giudiziaria», ma in realtà ritengono non che Sogno non abbia commesso i fatti di cui è stato accusato, ma semmai che questi non siano reato: sacrosanto intervenire per fermare il comunismo, anche oltre e contro la Costituzione. Così essi fanno proprio il cardine del pensiero (in verità non molto sofisticato) di Sogno: la democrazia non è fine e valore non-negoziabile, ma mezzo e strumento da utilizzare quando serve, da accantonare quando scattano «interessi superiori». Curioso esito: questa concezione strumentale e ancillare della democrazia è esattamente la stessa del loro nemico mortale, il comunismo marxista. Sogno e i suoi difensori (compreso il vecchio compagno di loggia Silvio Berlusconi) vi si adeguano con una perfetta e speculare simmetria: altro che valori liberali.
2. I «comunisti», nemici immaginari. Il nemico contro cui Sogno ha combattuto, pronto fino all’ultimo a menare le mani e a «sparargli addosso», è una proiezione immaginaria, una costruzione paranoica: il mostro comunista sovietico, il demonio che toglie la proprietà, che estirpa la libertà, che uccide i valori cattolici occidentali, che precipita gli oppositori nei gulag. I suoi avversari reali, in verità, erano diversi: perché il Pci aveva accettato fin dal 1945 l’appartenenza dell’Italia al campo occidentale e difendeva la sua «via nazionale al socialismo» contro il Cominform; ma ancor più perché i nemici concreti di Sogno erano i milioni di italiani che, votando comunista oppure no, avevano come loro obiettivo non il comunismo, ma migliori condizioni di lavoro e maggiore democrazia. Anche i crociati dell’anticomunismo, sotto gli alti ideali di libertà, spesso nascondevano la difesa di interessi molto concreti e la paura di semplici rivendicazioni socialdemocratiche (la riforma del regime dei suoli, qualche cauta nazionalizzazione...) realizzate in altri Paesi d’Europa senza alcun spargimento di sangue. L’ideologia, in quegli anni di dure contrapposizioni, finiva per oscurare gli obiettivi reali di entrambi i fronti. Succede ancor oggi ai nuovi crociati dell’anticomunismo, che parlano di supreme libertà universali, ma pensano a molto meno nobili arbìtri personali.
3. L’asimmetria dei fronti. Sostengono gli amici di Sogno che in Italia il Comunismo era potente e terribile (il Giornale è giunto fino a sparare in prima pagina, il 14 agosto 2000: «Il Pci progettava il colpo di Stato», con esilarante, lunghissimo commento di Paolo Guzzanti: «Il golpe rosso»). Dunque sono giustificate le contromosse dell’Occidente. In realtà in Italia, Paese saldamente ancorato nel campo dell’Occidente, la «low intensity war», la «guerra non ortodossa», è stata combattuta tra due fronti asimmetrici: da una parte gli apparati e gli uomini armati di eserciti regolari e irregolari, dall’altra i cittadini disarmati che si radunavano in una piazza per manifestare contro il fascismo o che addirittura erano tranquillamente impegnati nei loro affari in una banca o se ne stavano seduti nella carrozza di un treno o nella sala d’aspetto di una stazione.
4. Il doppio Stato. Ernesto Galli della Loggia, che si è autoproclamato caposcuola e portavoce del revisionismo all’italiana, non perde occasione di scrivere contro la teoria del doppio Stato. Negli episodi eversivi sono coinvolti non organi e strutture dello Stato, scrive Della Loggia, ma solo «singoli individui inseriti nella pubblica amministrazione». Lo dimostrerebbe anche il fatto che «le sentenze hanno sempre e solo riguardato un certo numero di funzionari». Geniale: si sono mai viste sentenze contro organismi collettivi, in uno Stato di diritto, in cui le responsabilità penali sono sempre e solo personali? Della Loggia, in nome dei suoi pregiudizi ideologici, si improvvisa commentatore in una materia che evidentemente non conosce: basta leggerle, le sentenze e le carte processuali e le testimonianze dei protagonisti e le ricerche degli studiosi, per rilevare la corposa presenza di strategie e la pesante ingerenza di apparati, stranieri e italiani, nella storia dell’eversione (gli consigliamo per esempio i saggi di Vincenzo Vinciguerra, all’ergastolo per la bomba di Peteano, nazista non pentito). Corpi «deviati», si diceva un tempo: in realtà le «deviazioni» dall’ordine costituzionale erano compiti d’istituto, obbedienza alla logica sotterranea del doppio Stato.
5. La «tensione senza strategia». Galli della Loggia, in sintonia con gli altri della compagnia di giro del revisionismo all’italiana (Angelo Panebianco e Giovanni Sabbatucci, per esempio), sostiene che l’eversione italiana, comunemente denominata «strategia della tensione», è stata invece una serie di episodi slegati tra loro, una «tensione senza strategia». Si tratta di una lettura riduttiva, di un «revisionismo debole». Debole perché si condanna, atomizzando ogni singolo evento, a non capire l’insieme, a non spiegare nulla. E debole perché supportata più da pregiudizi ideologici che dalla conoscenza dei fatti. Per esempio Della Loggia, per dimostrare la frammentazione della storia eversiva, mette insieme troppo materiale, da piazza Fontana alla strage di Bologna, da Argo 16 al terrorismo rosso: fenomeni evidentemente diversi, con diverse logiche interne (anche se andrebbe individuato quel «filo nero» che li ha innescati tutti, quel «microclima» che ha propiziato in Italia, e solo in Italia, la crescita rigogliosa di ogni tipo d’eversione). Ma per cominciare, senza porsi compiti troppo superiori alle sue conoscenze, si applichi alla stagione 1970-’74: questo è l’arco temporale della cosiddetta «strategia della tensione», che sarebbe più corretto chiamare «guerra non ortodossa» o «low intensity war». è una stagione incredibilmente ricca di fatti eversivi, ma compatta, con gli stessi nomi, gli stessi protagonisti che si muovono sulla scena: i gruppi di civili, neonazisti o «liberali»; gli apparati militari e i servizi segreti; i politici, alcuni dei quali devono reggere il gioco, anche quando passa sopra le loro teste; gli uomini degli apparati atlantici, che vegliano sulla corretta esecuzione - anche con «cover actions» (azioni coperte) e apparati paralleli - dei dettami del National Security Council (anche questa una lettura istruttiva, che consigliamo a Galli della Loggia).
6. La pista internazionale. Dopo aver deciso, per atto di fede (atlantica), che lo Stato non è doppio, un della Loggia alla spasmodica ricerca di spiegare come mai comunque in Italia le bombe sono scoppiate e gli aerei sono caduti, escogita alfine la teoria dello «sfondo storico». E dunque: stragi e atti eversivi sono accaduti in Italia non perché vi era al lavoro un apparato, un potente partito trasversale dell’oltranzismo atlantico, che doveva dare lo stop al comunismo a ogni costo e con ogni mezzo (anche illegale, anche inappropriato, anche controproducente: solo a posteriori si può valutare che cosa funziona); ma perché l’Italia, Paese debolissimo, non ha rinunciato negli anni Settanta ad avere una propria politica estera, e per di più ardita: così è diventata il terreno di scontro tra i servizi segreti di mezzo mondo. Questa tesi non ha nemmeno il pregio di essere originale: è la riproposizione accademica della vecchia «pista internazionale» che politici e agenti segreti italiani puntualmente estraevano dal cilindro dopo ogni bomba. Allora si trattava di depistaggi. Oggi affermare che in Italia (come altrove) erano attivi i servizi di Usa, Urss, Israele, Francia, Germania eccetera è una verità banale, che però non spiega nulla: chi fece che cosa? quali le alleanze e le strategie? quali i conflitti (anche tra gli americani: Cia-Sid contro Fbi-Affari riservati...)?
7. Antistragismo e legittimazione. La tesi finale di Della Loggia è che la teoria del doppio Stato sia «in realtà uno strumento della lotta politica attuale, un modo per cercare di condizionare il presente grazie all’uso del passato». Servirebbe a «delegittimare i due cardini ideologico-politici - l’atlantismo e l’anticomunismo, appunto - di quella che è stata la ricostruzione democratica in Italia» e della «cultura politica moderata». Aprendo così la strada alla sinistra, che esibirebbe l’«antistragismo» come «lasciapassare» per essere ammessa «a godere di una piena legittimazione politica». Che dire? Non si può fare la storia partendo dalla fine, elidere i fatti perché rischiano di delegittimare la parte politica che si è scelto di servire. Atlantismo e anticomunismo, culture politiche in sé legittime, sono state declinate nella concreta storia italiana come pratiche che hanno mortificato la sovranità nazionale e dispiegato l’illegalità antidemocratica: lo dicono i fatti, e i gusti ideologici di Della Loggia non bastano a cancellarlo. Intanto, la cultura politica a cui egli si riferisce, «moderata» non lo è stata affatto: non ha esitato a servirsi di mafiosi e criminali, stragisti ed eversori per mantenere salda nelle mani la barra del potere. Speculare, anche in questo, alla cultura comunista, a cui dice di opporsi. Quanto alla sinistra, non mi pare che in democrazia debba avere alcun bisogno di legittimazioni politiche, né di esami da superare, magari davanti alla cattedra del professor Della Loggia. In ogni caso, non la vedo affatto assumere l’«antistragismo» (e, più in generale, la legalità) come propria bandiera: peccato, perché proporsi di far emergere tutta la verità sulla guerra sotterranea combattuta in Italia sarebbe già un bell’inizio di programma. Ma c’è un punto su cui Della Loggia ha ragione: il doppio Stato è diventato strumento della presente lotta politica. Il centrodestra si mostra sensibile alle vecchie storie dell’eversione italiana, non perde occasione per difenderne i vecchi arnesi. Strano: una destra nuova, moderna e pulita, davvero liberale, che cosa avrebbe mai da spartire con la vecchia armata dell’anticomunismo da guerra fredda, che ha svenduto la sovranità nazionale e pezzi importanti della legittimità democratica, ha coperto e condiviso illegalità e stragi come male minore in una guerra che si poteva e si doveva combattere senza spargere sangue innocente (non si è fatto così in Francia, in Germania e nel resto d’Europa?). Segno che è stato stretto un patto non scritto tra il vecchio e il nuovo, anzi che il «nuovo» non è che la nuova forma del vecchio: sulla scena sono rimasti gli stessi personaggi, gli ex missini del «polo occulto», i gentiluomini del club P2, i politici degli omissis. L’impunità per il passato deve essere garantita: quel passato è presente. Ma c’è di più. Nuove crociate anticomuniste vengono oggi proclamate da qualche estimatore di Sogno: in nome, questa volta, della difesa del proprio monopolio televisivo e del diritto eterno alla commistione d’interessi tra politica e potere mediatico. Anche l’anticomunismo non è più quello di una volta: dopo essersi presentato sotto forma di grande tragedia storica, si ripresenta ora sotto forma di poco nobile farsa.